A chi taccia i napoletani o piu` in generale i campani o i meridionali di immobilismo consiglio la visione di questo film, Le Quattro Giornate di Napoli. Racconta un pezzo della storia d'Italia e d'Europa che si e` voluto cancellare o comunque privare dell'importanza che invece merita. Anche attraverso la negazione della partecipazione alla Resistenza degli abitanti di Napoli e del Mezzogiorno o il riduzionismo di cui e` stata fatta oggetto, e` passata l'idea che i "meridionali" siano privi di coscienza civile e politica, pronti solo a chinare il dorso a ricchi e potenti per un piatto di lenticchie. Tutto questo e` falso. Ce lo insegna la storia, ma anche il presente. Il presente e` un Sud che resiste, ancora una volta. Un Sud martoriato che non ci sta, che non ha nessuna intenzione di fare finta di niente. Vorrei poter essere a Napoli domani, 16 novembre, e sentire l'afflato del movimento contro il biocidio. Vorrei essere li`, per poter dire, ancora una volta "Ora e sempre Resistenza".
venerdì 15 novembre 2013
16 Novembre a Napoli - Ora e sempre Resistenza
A chi taccia i napoletani o piu` in generale i campani o i meridionali di immobilismo consiglio la visione di questo film, Le Quattro Giornate di Napoli. Racconta un pezzo della storia d'Italia e d'Europa che si e` voluto cancellare o comunque privare dell'importanza che invece merita. Anche attraverso la negazione della partecipazione alla Resistenza degli abitanti di Napoli e del Mezzogiorno o il riduzionismo di cui e` stata fatta oggetto, e` passata l'idea che i "meridionali" siano privi di coscienza civile e politica, pronti solo a chinare il dorso a ricchi e potenti per un piatto di lenticchie. Tutto questo e` falso. Ce lo insegna la storia, ma anche il presente. Il presente e` un Sud che resiste, ancora una volta. Un Sud martoriato che non ci sta, che non ha nessuna intenzione di fare finta di niente. Vorrei poter essere a Napoli domani, 16 novembre, e sentire l'afflato del movimento contro il biocidio. Vorrei essere li`, per poter dire, ancora una volta "Ora e sempre Resistenza".
venerdì 8 novembre 2013
Una pattumiera chiamata Sud
Le dichiarazioni del pentito di camorra Carmine Schiavone, rese nel 1997 alla Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti, le ho lette domenica scorsa (leggile qui). Dalla prima all'ultima pagina, senza staccare gli occhi dallo schermo. E` stata una discesa agli inferi, culminata con una crisi di pianto. Per la prima volta, da quando ho scoperto di avere il cancro 3 anni fa, mi sono ritrovata a pensare che non c'e` scampo, ne` per noi, ne` per le generazioni future.
Vivo all'estero e non posso dire con certezza che i media italiani non abbiano dedicato alla vicenda la copertura che meritava. Tuttavia, ho chiesto a piu` di una persona e spulciato i giornali online. La sensazione che ne ho tratto e` stata quella dell'insabbiamento. Sul sito di Repubblica, ad esempio, la desecretazione delle dichiarazioni di Schiavone, non hai mai raggiunto nemmeno la quarta posizione. Non mi sorprende. La notizia (qui) che il proprietario del gruppo L'Espresso, Carlo De Benedetti, e` indagato, insieme a Corrado Passera, per 20 morti causate dall'amianto alla Olivetti, e` stata relegata tra i fatti di cronaca dell'edizione torinese.
"La vicenda e` iniziata nel 1988" - spiega Schiavone al presidente della Commissione Massimo Scalia, fondatore di Legambiente - "all'epoca mi trovavo a Otranto e vennero da me l'avvocato Pino Borsa e Pasquale Pirolo, i quali mi fecero una proposta relativa allo scarico di fusti tossici e quant'altro. Poiche` mi ero interessato dei rilevati della superstrada in costruzione, nonche` del gruppo Italstrade e di altre societa` come la Ferlaino e la CABIB, che all'epoca stavano operando ai Regi Lagni, dissi che vi erano 240 ettari di terreno scavati alla profondita` di circa 15-20 metri ed assicurai che avrei parlato con tutti, anche perche` facevo parte del reparto amministrativo del clan, non di quello militare. Andai allora a Casal di Prinicipe, dove c'erano Mario Iovine e mio cugino; parlammo tutti e tre del fatto che avevo ricevuto una proposta relativa allo scarico di fusti e casse che venivano da fuori. Mi si rispose che sarebbe stato un buon business per far entrare nelle casse del clan soldi da investire, ma il paese sarebbe stato avvelenato, perche` i rifiuti avrebbero inquinato le falde acquifere: infatti, molti degli scavi gia` realizzati erano limitrofi alle stesse falde acquifere".
Il racconto di Schiavone assume toni da film dell'orrore: il pentito parla di fanghi nucleari provenienti dalla Germania e smaltiti nelle discariche, di materiali tossici smaltiti illegalmente da fabbriche di Arezzo ma anche di Massa Carrara, Genova, La Spezia, Milano. Si trattava di "rifiuti di lavorazione di tutte le specie". A partire dal 1990 il traffico ha cominciato ad essere gestito dal clan dei Casalesi, secondo Schiavone (arrestato poi nel 1992) il quale tuttavia precisa: "[...] quel traffico veniva gia` effettuato e gli abitanti del paese rischiano tutti di morire di cancro entro 20 anni; non credo, infatti, che si salveranno gli abitanti di paesi come Casapenna, Casal di Principe, Castel Volturno e cosi` via avranno forse venti anni di vita!". Un traffico di proporzioni enormi: "Qui si parla di milioni [di tonnellate di rifiuti], non di migliaia. [...] Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato di un anno."
Fin qui Schiavone si riferisce alla zona di sua "competenza", comprendente le province di Benevento e Caserta e delimitata a Nord dalla provincia di Latina inclusa e a est dal Molise, anch'esso incluso. Il racconto,tuttavia, prosegue. Si scopre allora che in Sicilia si faceva lo stesso, cosi` come in Salento e nelle provincie di Bari e Foggia. "Il sistema era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non e` che li rifiutassero i soldi. Che poteva importargli a loro se la gente moriva o non moriva. L'essenziale era il business. So per esperienza che, fino al 1992, la zona del sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall'Italia". Tutto con l'accordo e la collaborazione delle amministrazioni locali, ovviamente: "Noi 'facevamo' i sindaci [...] di qualunque colore fossero". Incalzato dal Presidente, Schiavone fa i nomi di esponenti politici di rilievo.
Sono passati sedici anni da quando Schiavone ha reso quelle dichiarazioni. Sedici lunghi anni, nel corso dei quali niente e` stato fatto per impedire che l'avvelenamento sistematico delle popolazioni del Sud Italia venisse fermato. Sedici anni, durante i quali, le dichiarazioni di Schiavone sono state tenute nascoste. La giornalista, Laura Eduati, ne ha chiesto le ragioni allo stesso Massimo Scalia il quale si e` difeso (qui) sostenendo che c'erano, all'epoca, indagini in corso da parte della magistratura e scaricando le responsabilita` sui cittadini, colpevoli ai suoi occhi, di essersi svegliati solo adesso. E` un vecchio ritornello razzista, quello dell'immobilismo e dell'indifferenza degli abitanti del Sud Italia. Scalia non e` affatto originale in questo. E il suo, alla fine, e` un razzismo vecchio stampo. Maggiore attenzione meriterebbe, invece, il fenomeno del razzismo ambientale cui questa storia terrificante ci mette di fronte. Il Sud e` stato trasformato in una gigantesca pattumiera, carica di rifiuti provenienti dal Nord dell'Europa, compreso il Nord dell'Italia. Come la Somalia, ex colonia italiana, anch'essa destinataria di residui industriali che ne stanno distruggendo l'ecosistema. Una vicenda che la giornalista Ilaria Alpi aveva scoperto e avrebbe portato alla luce se non le avessero chiuso la bocca a colpi di kalashnikov il 20 marzo del 1994. Aveva 33 anni, Ilaria. La stessa eta` che ho io adesso e, sinceramente, non mi sento piu` viva di lei.
Vivo all'estero e non posso dire con certezza che i media italiani non abbiano dedicato alla vicenda la copertura che meritava. Tuttavia, ho chiesto a piu` di una persona e spulciato i giornali online. La sensazione che ne ho tratto e` stata quella dell'insabbiamento. Sul sito di Repubblica, ad esempio, la desecretazione delle dichiarazioni di Schiavone, non hai mai raggiunto nemmeno la quarta posizione. Non mi sorprende. La notizia (qui) che il proprietario del gruppo L'Espresso, Carlo De Benedetti, e` indagato, insieme a Corrado Passera, per 20 morti causate dall'amianto alla Olivetti, e` stata relegata tra i fatti di cronaca dell'edizione torinese.
"La vicenda e` iniziata nel 1988" - spiega Schiavone al presidente della Commissione Massimo Scalia, fondatore di Legambiente - "all'epoca mi trovavo a Otranto e vennero da me l'avvocato Pino Borsa e Pasquale Pirolo, i quali mi fecero una proposta relativa allo scarico di fusti tossici e quant'altro. Poiche` mi ero interessato dei rilevati della superstrada in costruzione, nonche` del gruppo Italstrade e di altre societa` come la Ferlaino e la CABIB, che all'epoca stavano operando ai Regi Lagni, dissi che vi erano 240 ettari di terreno scavati alla profondita` di circa 15-20 metri ed assicurai che avrei parlato con tutti, anche perche` facevo parte del reparto amministrativo del clan, non di quello militare. Andai allora a Casal di Prinicipe, dove c'erano Mario Iovine e mio cugino; parlammo tutti e tre del fatto che avevo ricevuto una proposta relativa allo scarico di fusti e casse che venivano da fuori. Mi si rispose che sarebbe stato un buon business per far entrare nelle casse del clan soldi da investire, ma il paese sarebbe stato avvelenato, perche` i rifiuti avrebbero inquinato le falde acquifere: infatti, molti degli scavi gia` realizzati erano limitrofi alle stesse falde acquifere".
Il racconto di Schiavone assume toni da film dell'orrore: il pentito parla di fanghi nucleari provenienti dalla Germania e smaltiti nelle discariche, di materiali tossici smaltiti illegalmente da fabbriche di Arezzo ma anche di Massa Carrara, Genova, La Spezia, Milano. Si trattava di "rifiuti di lavorazione di tutte le specie". A partire dal 1990 il traffico ha cominciato ad essere gestito dal clan dei Casalesi, secondo Schiavone (arrestato poi nel 1992) il quale tuttavia precisa: "[...] quel traffico veniva gia` effettuato e gli abitanti del paese rischiano tutti di morire di cancro entro 20 anni; non credo, infatti, che si salveranno gli abitanti di paesi come Casapenna, Casal di Principe, Castel Volturno e cosi` via avranno forse venti anni di vita!". Un traffico di proporzioni enormi: "Qui si parla di milioni [di tonnellate di rifiuti], non di migliaia. [...] Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato di un anno."
Fin qui Schiavone si riferisce alla zona di sua "competenza", comprendente le province di Benevento e Caserta e delimitata a Nord dalla provincia di Latina inclusa e a est dal Molise, anch'esso incluso. Il racconto,tuttavia, prosegue. Si scopre allora che in Sicilia si faceva lo stesso, cosi` come in Salento e nelle provincie di Bari e Foggia. "Il sistema era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non e` che li rifiutassero i soldi. Che poteva importargli a loro se la gente moriva o non moriva. L'essenziale era il business. So per esperienza che, fino al 1992, la zona del sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall'Italia". Tutto con l'accordo e la collaborazione delle amministrazioni locali, ovviamente: "Noi 'facevamo' i sindaci [...] di qualunque colore fossero". Incalzato dal Presidente, Schiavone fa i nomi di esponenti politici di rilievo.
Sono passati sedici anni da quando Schiavone ha reso quelle dichiarazioni. Sedici lunghi anni, nel corso dei quali niente e` stato fatto per impedire che l'avvelenamento sistematico delle popolazioni del Sud Italia venisse fermato. Sedici anni, durante i quali, le dichiarazioni di Schiavone sono state tenute nascoste. La giornalista, Laura Eduati, ne ha chiesto le ragioni allo stesso Massimo Scalia il quale si e` difeso (qui) sostenendo che c'erano, all'epoca, indagini in corso da parte della magistratura e scaricando le responsabilita` sui cittadini, colpevoli ai suoi occhi, di essersi svegliati solo adesso. E` un vecchio ritornello razzista, quello dell'immobilismo e dell'indifferenza degli abitanti del Sud Italia. Scalia non e` affatto originale in questo. E il suo, alla fine, e` un razzismo vecchio stampo. Maggiore attenzione meriterebbe, invece, il fenomeno del razzismo ambientale cui questa storia terrificante ci mette di fronte. Il Sud e` stato trasformato in una gigantesca pattumiera, carica di rifiuti provenienti dal Nord dell'Europa, compreso il Nord dell'Italia. Come la Somalia, ex colonia italiana, anch'essa destinataria di residui industriali che ne stanno distruggendo l'ecosistema. Una vicenda che la giornalista Ilaria Alpi aveva scoperto e avrebbe portato alla luce se non le avessero chiuso la bocca a colpi di kalashnikov il 20 marzo del 1994. Aveva 33 anni, Ilaria. La stessa eta` che ho io adesso e, sinceramente, non mi sento piu` viva di lei.
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venerdì 1 novembre 2013
Anniversari
Odio novembre. E` il mese della paura, dell'orrore, della realta` che si rifa` incubo. Novembre e` il mese della diagnosi. Il 17 novembre di tre anni fa. Quel giorno maledetto, crudele in cui la parola cancro e` esplosa nella mia vita. Non che non fosse nell'aria. I sospetti erano cominciati una quindicina di giorni prima con la scoperta del linfonodo ingrossato sotto l'ascella. Poi il nodulino nel seno, trovato con l'autopalpazione. Poi il medico di base, l'ospedale, la senologa, le infermiere, gli aghi aspirati, la biopsia, quei sette lunghissimi giorni di attesa. Sarebbe meglio dire notti. La notte e` scesa sopra di me. Una notte scura, interminabile. Una notte senz'alba. Perche` sentirsi dire che si, e` cancro, non e` l'alba ma l'inizio di una nuova notte.
Sono passati tre anni. Oggi il tempo fa schifo. Sono in casa con la luce accesa nonostante sia giorno. Fa freddo. Sembra tutto come allora. Sono davanti al computer, comincio a toccarmi l'ascella destra e sento una minuscola pallina. E` un attimo. Il freddo mi entra nello stomaco, i brividi lungo il collo. Allarme. Allarme. Allarme. Il tempo di deglutire e la pallina non si sente piu`. Continuo a cercarla. A tratti mi sembra di risentirla. Ma forse e` un muscoletto. No, non ha nemmeno la forma di una pallina. Dov'e`? Sotto l'ascella? Forse sotto le mie mani e soprattutto nella mia memoria.
Secondo uno studio pubblicato nel 2004 (qui) una delle cause scatenanti della paura e del senso di insicurezza nelle donne che hanno avuto un cancro al seno, anche a distanza di anni, e` l'anniversario della diagnosi. Altre sono i dolori dovuti agli effetti secondari delle terapie che fanno pensare alle metastasi, venire a sapere che qualche altra persona ha il cancro, i controlli annuali. La cosa significativa emersa dallo studio e` che la paura e il senso di insicurezza non sono dipendenti dal tempo trascorso dalla diagnosi. A distanza di nove anni, molte donne che hanno preso parte allo studio, continuavano ad avere paura. I trigger principali sono nuovi dolori o sintomi fisici. Tra questi, il linfedema che puo` manifestarsi anche dopo anni dall'intervento di linfoadenectomia e la cui comparsa improvvisa, quando si pensa di averlo ormai scansato, causa in molte donne vero e proprio panico, perche` viene scambiato come un segno di ripresa di malattia.
Che fare? Gli autori dello studio raccomandano a medici e operatori sanitari di monitorare la situazione psicologica delle pazienti anche a distanza di anni e di fornire tutte le informazioni sugli effetti secondari dei trattamenti, inclusi quelli a lungo termine, in modo che, qualora si manifestassero, possano essere identificati come tali. Va benissimo. Non riesco a non pensare, tuttavia, che il cancro e` un incubo constantemente presente nella mente di chi lo vive e anche per questo va fermato prima che cominci. Perche` sopravvivere a lungo non basta. Non con una spada di Damocle sulla testa.
lunedì 28 ottobre 2013
Taranto nelle fotografie di Benedetta Polignone
Benedetta Polignone e` una mia vecchia compagna di liceo. Una ragazza - oggi una donna - schiva ma molto sveglia. Ci siamo ritrovate dopo anni via Facebook. Benedetta posta spesso delle belle foto, che scatta lei stessa. Me ne sono capitate diverse sotto gli occhi. Ricordo quella del venditore di aquiloni. Una spiaggia deserta, sabbia, mare e un uomo, un "vu cumpra`", con una sporta piena di aquiloni sulle spalle e uno che si dispiega sopra di lui, alleggerendone la solitudine. Un bianco e nero di poesia.
Ieri Benedetta ha postato un link, chiedendo di cliccare 'mi piace' all'interno della pagina qualora lo si ritenesse opportuno. Apro il link (qui) e rimango a bocca aperta. Otto scatti. Otto bianco e nero. Ciminiere, essere umani, maschere anti-gas. Una distopia in foto . E` Taranto.
Benedetta mi racconta che circa un mese fa e` stata li` per 24 ore. "Non conoscevo nessuno, ma con la macchina e le maschere ho fermato circa un'ottantina di persone cercando di spiegare cosa facevo e chiedendo la loro collaborazione. Non e` stato affatto facile, la maggior parte mi ha mandata bellamente a quel paese, ma e` una cosa a cui sono abituata. Mesi fa a Cuba mi sono fatta cacciare e ho cercato di intrufolarmi in più di 40 istituti scolastici perchè mi ero fissata che il loro sistema educativo andava documentato...".
Benedetta e` stata al quartiere Tamburi: "Ho camminato per ore e sono entrata a casa di persone che mi hanno parlato del tumore del figlio di pochi anni, delle affezioni respiratorie che colpiscono ormai un amico su due. A casa di una coppia giovanissima con due bambine, la mamma non alzava le tapparelle perchè, secondo lei, cosi non entrava il 'rosso' in casa. Le polveri tossiche hanno quel colore, cosi` che fa il Comune di Taranto? Dipinge l'intero quartiere di rosso! In più tra Tamburi e l'Ilva, che sono a pochi metri di distanza, c'è una 'rete' di separazione che è tipo quelle che vedi negli stadi, cioè solo una persona con grossi problemi cognitivi potrebbe pensare che la funzione di una cosa simile possa essere quella di limitare emissioni aeree. Il problema è che nel vortice di bugie in cui i tarantini sono coinvolti (rilevazioni false ,istituzioni assenti o peggio truffaldine, ecc.) la cosa più assurda è che io tra le vie di Tamburi mi sono sentita dire 'signorì,ma che stai dicendo..magari ci lavoravo io all'Ilva, a quest'ora non stavo mica per strada'. Il ricatto è forte, la gente muore per continuare a mangiare. Non so, è un'argomento davvero paradossale, le foto, qualcuno mi ha detto "sono troppo forti" ma credo che sia un'assurdità di fronte alla quale è difficile tacere."
Si, sono forti le foto di Benedetta. Sono forti e surreali. Come il mondo che raccontano. Un mondo assurdo, velenoso. Un mondo che ci sta togliendo il respiro e la vita.
venerdì 25 ottobre 2013
Con il cuore a Napoli
In via Carbonara 33 a Napoli, c'e` un palazzo rosso pompeiano con delle meravigliose scale vanvitelliane. All'ultimo piano, uscendo dall'ascensore sulla destra, c'e` un appartamento grande e luminoso, le stanze grandi e i soffitti alti. Dalla cucina, si vede il Vesuvio e il campanile della chiesa del Carmine. In quella casa, tra il 1998 e il 2002, ho abitato insieme ad altre 4 ragazze. Eravamo, come si diceva in gergo, "studentesse fuori sede". Io e Carmela avevamo fatto le superiori insieme. Per tutto l'ultimo anno di liceo avevamo progettato la nostra fuga da Foggia che ci stava un po` stretta.
Sono stati anni belli, di liberta`, amicizia, spensieratezza. Napoli un po` la conoscevo gia`, ma me ne sono innamorata vivendoci, tant'e` che per molto tempo, dopo essere andata via nel 2005, a chi mi chiedesse di dove fossi rispondevo: "sono di Napoli". Perche` il luogo di nascita lo decide il caso. A Napoli, invece, ci sono andata per scelta e per scelta ci ho vissuto per 7 anni. E li` sarei rimasta, se le condizioni dell'Italia e dell'Europa dei nostri anni, me lo avessero consentito.
Domani a Napoli c'e` un corteo. Partira` alle 4 del pomeriggio da Piazza Dante. L'hanno organizzata gli attivisti de La Terra dei Fuochi (qui) che si battono contro il biocidio in atto a Napoli, Caserta e provincia. Domani il mio cuore sara` li` con loro. Mi sono scoperta malata di cancro a 30 anni e mi sono chiesta spesso se un caso come il mio possa rientrare nelle statistiche di quella che si configura ormai come una vera e propria strage. Tante sono le persone che ho incontrato che hanno vissuto la stessa esperienza. E alcune, purtroppo, non sono piu` tra noi. Vorrei poter volare a piazza Dante domani, per me e per loro. Per Napoli e chi ci abita e, nonostante tutto, resiste.
lunedì 21 ottobre 2013
Se il problema sono i fondi pubblici
E` da fine settembre che penso se scrivere o meno questo post. Sono stanca di smontare le campagne di pinkwashing, altrimenti note come campagne per la sensibilizzazione sul cancro al seno. Sono stanca dei nastri rosa, dei consigli per gli acquisti, dei prodotti sospetti venduti con la scusa di aiutare "la causa". E` un dialogo tra sordi e capita pure che qualcuno se la prenda con te perche` sei troppo puntigliosa o "negativa". E allora ti chiedi chi te la fa fare. Oggi, pero`, per la prima volta ho avuto l'impressione che da parte di uno dei miei interlocutori si sia aperto uno spiraglio. E` forse solo un'illusione? Non lo so. Intanto, vi racconto.
Quando a fine settembre ho visto che la Fondazione Veronesi stava per lanciare la campagna Pink is Good (qui) ho sentito salire lo sconforto. In passato, la Fondazione non aveva partecipato al circo rosa che si abbatte su di noi ogni ottobre, almeno non che io ricordi. La sua campagna, la campagna Nastro Oro (qui), per la raccolta di fondi da destinarsi alla ricerca si svolgeva, e si e` svolta anche quest'anno, a marzo. Non che non vi fosse nulla da eccepire. Lo sponsor e` L'Oreal, casa di cosmetici e shampoo che, come la stragrande maggioranza di quelli sul mercato, contengono sostanze a cui e` preferibile applicare il principio di precauzione, come suggerito dal Silent Spring Institute (qui). Anche la scelta di testimonial famose (quest'anno la supermodella Bianca Balti) lascia a desiderare. Mi sembrava, pero`, quello della Fondazione un tentativo, sia pure maldestro, di smarcarsi e darsi un'aria di maggiore serieta`. Immaginate quando mi sono imbattuta nel sito che annunciava il lancio della campagna Pink is Good. Non voglio nemmeno scendere in dettagli. Non e` necessario, soprattutto per chi segue questo blog piu` o meno assiduamente.
Nonostante la riluttanza a scrivere un post specifico, non sono riuscita a resistere alla tentazione di esprimere critiche sulla pagina Facebook di Pink is Good, finche` non sono stata bannata. Non e` la prima volta che mi capita. Komen Italia ha fatto la stessa cosa. Fondazione Veronesi non e` Komen, pero`. Allora ho chiesto lumi. Via Twitter. E qualcosa di importante, forse, e` stato detto. Leggete qui sotto
"Se non ci sono fondi pubblici per la ricerca, come pensa la si possa finanziare?"
Dunque, il problema e` questo? Il taglio dei fondi alla ricerca? E perche` non denunciarlo allora? Quale migliore occasione che ottobre rosa per lanciare non una campagna pubblicitaria come Pink is Good, ma una campagna di protesta contro le politiche scellerate che stanno ammazzando la ricerca in tutti i settori nel nostro paese? Sarebbe mancato il sostegno? Certamente no. Sarebbe stata, anzi, un'occasione per stabilire una "connessione sentimentale" con i destinatari principali della ricerca sul cancro al seno, le persone che vivono la malattia sulla propria pelle e quelle che temono di svilupparla, le loro famiglie, i loro amici. E invece si e` scelta la strada che e` sembrata piu` facile ma che e` purtroppo la piu` dannosa. Perche` ottobre rosa non risolve e non risolvera` mai, neanche in minima parte, il problema del cancro al seno. Ottobre rosa non e` la soluzione, e` parte integrante del problema. Il cancro al seno non e` solo una questione medica, e` una serissima e gravosa questione politica, sociale ed economica. E quanto oggi dichiarato dalla Fondazione Veronesi via Twitter ne e` la prova.
Noi siamo pronte. Siamo pronte a metterci al fianco delle ricercatrici e dei ricercatori e dare battaglia a chi la ricerca la uccide e cosi` facendo uccide anche noi. Ma abbiamo bisogno di sapere esattamente come stanno le cose. Il sostegno non si fara` aspettare.
Quando a fine settembre ho visto che la Fondazione Veronesi stava per lanciare la campagna Pink is Good (qui) ho sentito salire lo sconforto. In passato, la Fondazione non aveva partecipato al circo rosa che si abbatte su di noi ogni ottobre, almeno non che io ricordi. La sua campagna, la campagna Nastro Oro (qui), per la raccolta di fondi da destinarsi alla ricerca si svolgeva, e si e` svolta anche quest'anno, a marzo. Non che non vi fosse nulla da eccepire. Lo sponsor e` L'Oreal, casa di cosmetici e shampoo che, come la stragrande maggioranza di quelli sul mercato, contengono sostanze a cui e` preferibile applicare il principio di precauzione, come suggerito dal Silent Spring Institute (qui). Anche la scelta di testimonial famose (quest'anno la supermodella Bianca Balti) lascia a desiderare. Mi sembrava, pero`, quello della Fondazione un tentativo, sia pure maldestro, di smarcarsi e darsi un'aria di maggiore serieta`. Immaginate quando mi sono imbattuta nel sito che annunciava il lancio della campagna Pink is Good. Non voglio nemmeno scendere in dettagli. Non e` necessario, soprattutto per chi segue questo blog piu` o meno assiduamente.
Nonostante la riluttanza a scrivere un post specifico, non sono riuscita a resistere alla tentazione di esprimere critiche sulla pagina Facebook di Pink is Good, finche` non sono stata bannata. Non e` la prima volta che mi capita. Komen Italia ha fatto la stessa cosa. Fondazione Veronesi non e` Komen, pero`. Allora ho chiesto lumi. Via Twitter. E qualcosa di importante, forse, e` stato detto. Leggete qui sotto
"Se non ci sono fondi pubblici per la ricerca, come pensa la si possa finanziare?"
Dunque, il problema e` questo? Il taglio dei fondi alla ricerca? E perche` non denunciarlo allora? Quale migliore occasione che ottobre rosa per lanciare non una campagna pubblicitaria come Pink is Good, ma una campagna di protesta contro le politiche scellerate che stanno ammazzando la ricerca in tutti i settori nel nostro paese? Sarebbe mancato il sostegno? Certamente no. Sarebbe stata, anzi, un'occasione per stabilire una "connessione sentimentale" con i destinatari principali della ricerca sul cancro al seno, le persone che vivono la malattia sulla propria pelle e quelle che temono di svilupparla, le loro famiglie, i loro amici. E invece si e` scelta la strada che e` sembrata piu` facile ma che e` purtroppo la piu` dannosa. Perche` ottobre rosa non risolve e non risolvera` mai, neanche in minima parte, il problema del cancro al seno. Ottobre rosa non e` la soluzione, e` parte integrante del problema. Il cancro al seno non e` solo una questione medica, e` una serissima e gravosa questione politica, sociale ed economica. E quanto oggi dichiarato dalla Fondazione Veronesi via Twitter ne e` la prova.
Noi siamo pronte. Siamo pronte a metterci al fianco delle ricercatrici e dei ricercatori e dare battaglia a chi la ricerca la uccide e cosi` facendo uccide anche noi. Ma abbiamo bisogno di sapere esattamente come stanno le cose. Il sostegno non si fara` aspettare.
sabato 19 ottobre 2013
Io mi metto un nastrino rosa
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