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giovedì 26 settembre 2013

La donna e` shopping




Due nomi stanno girando in rete a piu` non posso: Laura Boldrini e Guido Barilla. Devo confessare che dal mio eremo albionico non posso che raccogliere notizie frammentate. Non ho ascoltato direttamente le dichiarazioni della Boldrini, ne` quelle di Barilla. Mi pare di aver capito comunque che la prima abbia espresso la sua contrarieta` alla sovrarappresentazione delle donne angeli del focolare e amorevoli servitrice di zuppe nelle pubblicita` e che Barilla abbia risposto che lui negli spot della sua pasta le famiglie omosessuali non ce le metterebbe mai. La vicenda mi ha suggerito qualche riflessione su genere, famiglia e consumi basate su ricerche condotte da quei parassiti che rispondono al nome di scienziati sociali. Anzi, in questo caso, si tratta di scienziatE sociali, quindi peggio.
A partire grosso modo dagli anni '50, qualcuno dice anche da prima, la famiglia diventa l'unita` base del consumo di massa. Quale famiglia? Non la famiglia comunemente chiamata "patriarcale", con padre, madre, quindici figli, nonni, bisnonni, zii e trisavoli, ma la famiglia nucleare con papa`, mamma e un paio di pargoli. In questo modello di famiglia, il papa` non va a zappare o a lavorare in miniera. Tutte le mattine indossa giacca e cravatta e se ne va in ufficio. La mamma sta casa, non a "fare i servizi", come diceva mia nonna (in dialetto) e dice ancora mia madre che alle sue origini contadine ci tiene, ma a "rassettare", a "fare le faccende domestiche". E non indossa certo grembiuloni lerci del sudore della fatica fatta a scopare (ops spazzare), lavare a terra, cucinare, lavare i panni (ops fare il bucato), lavare il cesso (ops il bagno), mettere i punti (ops rammendare) ai calzini del maritino ecc. e non ha certo la pancia appesa per le 15 gravidanze. E` vestita di tutto punto - vestitino con gonna a ruota negli anni '50, pantaloni alla pescatora e camicia negli anni '60 - ha la vita stretta e i seni appuntiti, i capelli messi bene in piega. Stende il bucato felice, prepara pasti appetitosi. Sempre sorridente, e` lei, la donna/mamma, il target a cui le pubblicita` si rivolgono. E non a caso. E` lei che va a fare la spesa, e` lei che sceglie i prodotti da comprare. E` lei, in quanto donna, a sentire la sua posizione nella societa` sempre in bilico e questo la rende in cerca di un'identita`, che la pubblicita` (e la rima e` inevitabile) prontamente le fornisce. Questo non significa che le donne abbiano sempre e solo obbedito al comandamento che le vuole tutte casa e shopping. Anzi. In molti casi, dei prodotti di consumo e dei modelli imposti loro dal marketing, le donne si sono "appropriate" e ne hanno tratto vantaggio. Un caso classico e` quello della lavatrice (qui un libro interessante sul tema).
Come stanno le cose oggi? Non sembra siano cambiate molto. Le donne continuano a essere il target principale del marketing, che, nel frattempo, si e` arricchito di nuove strategie. Un esempio a caso, il marketing sociale. Quello che pubblicizza prodotti legandoli a una "giusta causa". Se consideriamo quanto detto fino ad ora e aggiungiamo quest'ultimo elemento non e` difficile capire perche` proprio "la causa" del cancro al seno sia una trovata pubblicitaria geniale. Prendi una malattia per il cui sviluppo il principale fattore di rischio e` essere donna, e associala a prodotti come spazzoloni (Vileda), cosmetici (Estee Lauder, Avon ecc.), detersivi (Perlana) ecc., colorali tutti di rosa - colore simbolo di femminilita` per volonta` di Evelyne Lauder, la mente da cui tutto e` partito - e il gioco e` fatto. Le donne comprano piu` di prima perche` pensano di stare contribuendo con i loro acquisti a un'impresa filantropica, che in realta` non lo e` affatto perche` le percentuali devolute sono infinitesimali e non aumentano in base all'aumento delle vendite del prodotto, perche` non sono le consumatrici stesse a decidere dove devono finire i loro soldi, ma sono le aziende a scegliere stabilendo partnership con chi pare a loro, perche` spesso vengono sponsorizzati prodotti che contengono sostanze correlate col cancro stesso. Che fare allora? La situazione e` talmente paradossale che, almeno per il momento, non si puo` fare altro che spezzare questa catena folle. Non cadere nell'inganno del nastro rosa, non acquistare prodotti "per la causa" ma chiedere di essere chiamate in causa, facendo domande sullo stato della ricerca sul cancro e su dove sta andando, esprimendo dubbi, perplessita`, paure e incazzamenti. Facendo capire che il giocattolo si e` rotto e che, questa volta, se e come si deve aggiustare lo decidiamo noi.


giovedì 24 maggio 2012

Pink Ribbons Inc.



Il rosa non e` mai stato il mio colore preferito. Anche quando, da piccola, ero una bimba-barbie super-leziosa e sempre in gonna non mi piaceva. Mia sorella, undici anni piu` di me e scassambrella professionista anche lei, lo chiamava “rosa pipi`”. Ci faceva e ci fa abbastanza schifo.
Il cancro al seno e` stata una batosta. Non sto nemmeno qui a spiegarvi il motivo. E` self-evident, come dicono gli inglesi. Ho dovuto mandare giu` il boccone della diagnosi, le terapie ai limiti di ogni umana tollerabilità eccetera eccetera eccetera. Quello che proprio non sono riuscita a mandare giu` e` stato sentirmi rappresentata dal nastrino rosa, dal pink ribbon. Quel rosa mi puzzava. “Di pipi`”, direbbe sicuramente mia sorella.
Pensavo di essere la sola ad avere questa sensazione. Un giorno, invece, per puro caso, mi sono imbattuta nel trailer di un documentario, uscito da poco in Canada e negli Stati Uniti, “Pink Ribbons Inc.” (il link e` in fondo alla pagina). Ho fatto partire il video e finalmente non mi sono sentita piu` la sola ad avercela col rosa. Il sospetto si e` sostanziato della denuncia di cui un nutrito gruppo di donne si faceva portavoce nel trailer del documentario. Mi si e` spalancato un mondo.
Un paio di gogolate e ho scoperto che dietro il documentario c’era un’organizzazione “Breast Cancer Action” (http://bcaction.org/) che da anni e` impegnata nella promozione di un tipo di approccio al cancro al seno radicalmente diverso da quello a cui siamo abituati. Il loro colore simbolo non e` il rosa, ma il rosso. Le donne di “Breast Cancer Action” non sono delle pazze invasate che non hanno niente di meglio da fare. Sono donne come noi, hanno avuto un cancro al seno e hanno deciso consapevolmente di rompere con schemi precostituiti che non condividevano e che, a ragione, consideravano dannosi. L’obiettivo di queste donne e` - si legge sul sito – di “mettere fine all’epidemia di cancro al seno”.
Ma torniamo al trailer del documentario. L’ho guardato decine di volte e mi gasa sempre di piu`. Sono le donne stesse a parlare e pronunciano parole molto decise. “Possiamo fare un passo indietro per capire cosa sta succedendo?” chiede Barbara Brenner, attivista da anni in prima fila contro il cancro al seno e il business che ci gira intorno.
Torniamo allora al 1992. Quell’anno la casa produttrice di cosmetici Estée Lauder distribui` per la prima volta decine di migliaia di pink ribbons a chi acquistava i suoi cosmetici. L’idea, rivelatasi eccezionale sul piano del marketing, era stata letteralmente rubata a una donna Charlotte Haley che, avendo avuto il cancro al seno, aveva dato vita a una sua campagna per fare si` che il National Cancer Institute devolvesse piu` fondi per la ricerca sulla prevenzione della malattia: il simbolo della campagna di Charlotte era un nastrino color pesca che lei stessa produceva in serie a mano a casa sua e distribuiva davanti ai supermercati e nei luoghi pubblici ricavandoci nulla.
La trovata del pink ribbon frutto` invece a Estée Lauder una vagonata di quattrini e cosi` ebbe inizio il business del cancro al seno. Lo chiamano marketing sociale. La gente compra i prodotti  piu` di quanto farebbe normalmente perche` crede in buona fede di dare una mano alla ricerca. In realta`, solo una parte del ricavato delle vendite finisce nelle mani delle organizzazioni che si occupano di raccogliere fondi e che, tra l’altro, non sempre li gestiscono con la dovuta trasparenza. Il resto sono profitti per le imprese. Fanno profitti sul cancro al seno.
C’e` un ulteriore aspetto della faccenda che vale la pena sottolineare. Tutto questo rosa, abbinato a prodotti di uso comune, dal rossetto al mocio vileda, fa si` che il cancro al seno diventi anch’esso una cosa comune, normale, quasi alla moda. Ma non e` normale affatto, e` una cosa tremenda, e` una malattia che uccide, che spezza anime e vite. Il business, pero`, non ha nessun interesse a fermarlo perche` fa guadagnare. E` contro questa “normalizzazione” del cancro al seno che dobbiamo mobilitarci. Dobbiamo cominciare a boicottare il rosa, le aziende che se ne servono per aumentare le vendite. Dobbiamo gridare che il cancro al seno non e` normale, che ci fa schifo che cosi` tante donne si ammalino e non sia possibile sapere perche`. Facciamolo ora, prima che sia troppo tardi, prima di non accorgerci piu` di niente.


Pink Ribbons Inc.