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lunedì 10 settembre 2012

Pink Ribbons Inc. - il trailer in italiano

Ho gia` parlato piu` volte di questo documentario che bisognerebbe assolutamente portare in Italia. Non aggiungo altro. Non ce n'e` bisogno. Guardate il trailer, con i sottotitoli in italiano. Quanta voglia avete di vederlo per intero?




lunedì 3 settembre 2012

Vanity Fair discolpati




Ottobre si avvicina. Ottobre, quello che dovrebbe essere il mese della "prevenzione" (ma quale?) sul cancro al seno e diventa invece sistematicamente ogni anno la fiera del rosa.
Estee Lauder, che la fiera del rosa l'ha ideata per prima, si sta gia` dando da fare a suonare la gran cassa della pubblicita`. Ovviamente non si tratta di pubblicita` in senso tradizionale. Per le modelle superfighe, coi seni turgidi e il braccialetto rosa sul braccio, c'e` tempo. Bisogna prima insinuarsi nella mente delle consumatrici ignare in maniera piu` soft. Niente di meglio allora che qualche bell'articolo celebrativo sulla grande filantropa ed eroina della causa del cancro al seno che - cosi` fanno credere - e` stata Evelyn Lauder.
La nota rivista "femminile" Vanity Fair, ha pubblicato nel suo ultimo numero, un articolo celebrativo sulla Lauder, con tanto di foto e agiografia. Di articoli del genere ne sono stati scritti e pubblicati tantissimi, ma questo di Vanity Fair intende celebrare il ventennale della "creazione" del nastro rosa - il pink ribbon - da parte di Evelyn Lauder. Niente di piu` falso!
"La storia di Evelyn Lauder" - comincia cosi` l'articolo di Irene Soave- "e` dedicata a chi pensa che il rosa sia un colore frivolo. [...] A chi crede che per una donna con il cancro al seno vestiti e make up siano solo ricordi. [...] La sua creatura, il nastro rosa simbolo della lotta contro il cancro al seno - una campagna nata nel 1992 e che da allora ha distribuito 115 milioni di pink ribbons in tutto il mondo - compira` vent'anni ad ottobre.".
La "sua creatura"? Siamo alle solite. Siamo alla solita, vecchia menzogna di Evelyn Lauder, paladina delle donne col cancro al seno, che inventa il nastro rosa. Menzognera perche`, come risaputo negli Stati Uniti, e ribadito piu` di recente su questo blog e dalla giornalista Susanna Curci sul settimanale Gli Altri in un articolo significativamente intitolato "Se il cancro al seno diventa un business. Si scrive Estee Lauder, si legge pinkwashing", Evelyn Lauder il nastro rosa lo ha rubato a una donna, Charlotte Haley, che, in quanto madre, figlia e sorella di donne col cancro al seno, aveva cominciato a fabbricare piccoli nastrini color pesca che poi distribuiva GRATIS. Evelyn Lauder e Alexandra Penney, allora direttrice della rivista statunistense Self, cercarono di convincere con le buone la Haley a cedere loro i diritti sul nastrino da lei inventato e confezionato. Di fronte al rifiuto di quest'ultima, la quale aveva espressamente dichiarato di non voler avere niente a che fare con Estee Lauder e Self , in quanto "troppo commerciali", passarono alle cattive. Dietro consiglio di un legale, decisero infatti di cambiare il colore del nastro, che da color pesca divento` rosa. E il business ebbe inizio. Estee Lauder, anche questo e` noto, devolve solo il 20% dei ricavati delle vendite alla ricerca sul cancro al seno, peraltro senza specificare dove e a chi esattamente vadano a finire i soldi. Non c'e` proprio niente di filantropico. Estee Lauder usa il cancro al seno e il dramma delle donne colpite dalla malattia per fare profitti.
Ma non finisce qui. Il pink ribbon e` stato un grande successo di marketing. Altre aziende produttrici di cosmetici (peraltro spesso contenti sostanze fortemente sospettate di essere cancerogene) e mercanzia varia hanno imitato Estee Lauder. Per farsi pubblicita` non hanno esitato ad offrire una rappresentazione del cancro al seno come qualcosa di "femminile", glamour, alla moda. L'hanno "normalizzato". E` importante ribadire che il cancro al seno e` una malattia mortale. Molte sono le donne che muoiono anche a distanza di molti anni. Sempre di piu` si ammalano e sono sempre piu` giovani. In Italia, siamo a una donna ogni otto e il 30% ha meno di 44 anni. L'esistenza di chi ha sviluppato la malattia e` contrassegnata di paura, trattamenti invasivi e debilitanti e un dolore sordo che periodicamente ritorna.
Farsi pubblicita` col cancro al seno fa schifo. E non e` nemmeno bello fare da vassalli a chi orchestra operazioni di questo tipo. Da Vanity Fair mi aspetto quanto meno una rettifica.

mercoledì 22 agosto 2012

Chiamata alle armi


A chi non ama il linguaggio guerresco, soprattutto se riferito al cancro, il titolo di questo post non piacera`. Per la verita`, nemmeno a me piacciono espressioni come “sta lottando contro il cancro” o, peggio ancora, “ha perso la sua battaglia contro il cancro”. Sono i media spesso ad esprimersi in questi termini. Se a farlo sono le malate, pero`, secondo me e` diverso. Ci si puo` riappriopiare del linguaggio e utilizzarlo a proprio vantaggio. Alcune donne col cancro al seno traggono coraggio dalle metafore guerresche riferite alla loro malattia e hanno quindi, a prescindere dai gusti, tutta la mia solidarietà.
Finito il preambolo, andiamo al sodo. Come accennato nei post precedenti, ottobre e` il mese della ‘prevenzione’ del cancro al seno. E` il mese del rosa, delle sopravvissute e del business. La proposta del nastro nero resta sempre valida, cosi` come quella di reinventarci Cancer Riot. Sarebbe opportuno pero` anche preparare un piccolo manifesto. Niente di complicato, una lista delle cose che riguardano il cancro al seno – nel senso piu` ampio possibile – che non ci piacciono e che vorremmo cambiare.
Pronte? Via!

giovedì 28 giugno 2012

Suzanne/Susanna


Devo confessarlo. Ho ascoltato per la prima volta una canzone di Leonard Cohen lo scorso 25 aprile. Una mia amica, Rosalba (ciaaaoooo), ha postato su Facebook una delle sue canzoni piu` belle, The Partisan, l’ho ascoltata ed e` scoccata la scintilla. Giuro che ho recuperato. Nel giro di pochissimo, ho ascoltato tanti suoi pezzi, anche l’ultimo album. Tra le canzoni, quasi tutte bellissime, la mia preferita – almeno in questo momento – e` Suzanne. La dolcezza maliconica della melodia e le parole di fiaba mi rapiscono.
Per pura coincidenza, ho conosciuto da poco una dolce fanciulla di nome Susanna. E` una giovane (ma proprio giovane) giornalista, vive a Milano sul suo sofa` rosso e scrive benissimo. Ha una mente tagliente come un collo di bottiglia rotto ed e` tra le poche a riuscire a cogliere tutte le sfumature emotive, politiche, culturali legate al cancro al seno pur non avendolo avuto. 
Domani, venerdi`, uscira` in Italia un suo articolo sul cancro al seno. Lo pubblica il settimanale “Gli Altri”. Io non potro` comprarlo perche` vivo in Inghilterra, ma chi e` in Italia lo compri per favore. Non ho letto l’articolo, non ho voluto leggerlo, aspetto che Susanna me ne invii una copia scannerizzata. Voglio che mi sorprenda come e` riuscita sempre fino ad ora a sorprendermi, capendomi al volo e sostenendomi, questa giovane leonessa.

giovedì 24 maggio 2012

Pink Ribbons Inc.



Il rosa non e` mai stato il mio colore preferito. Anche quando, da piccola, ero una bimba-barbie super-leziosa e sempre in gonna non mi piaceva. Mia sorella, undici anni piu` di me e scassambrella professionista anche lei, lo chiamava “rosa pipi`”. Ci faceva e ci fa abbastanza schifo.
Il cancro al seno e` stata una batosta. Non sto nemmeno qui a spiegarvi il motivo. E` self-evident, come dicono gli inglesi. Ho dovuto mandare giu` il boccone della diagnosi, le terapie ai limiti di ogni umana tollerabilità eccetera eccetera eccetera. Quello che proprio non sono riuscita a mandare giu` e` stato sentirmi rappresentata dal nastrino rosa, dal pink ribbon. Quel rosa mi puzzava. “Di pipi`”, direbbe sicuramente mia sorella.
Pensavo di essere la sola ad avere questa sensazione. Un giorno, invece, per puro caso, mi sono imbattuta nel trailer di un documentario, uscito da poco in Canada e negli Stati Uniti, “Pink Ribbons Inc.” (il link e` in fondo alla pagina). Ho fatto partire il video e finalmente non mi sono sentita piu` la sola ad avercela col rosa. Il sospetto si e` sostanziato della denuncia di cui un nutrito gruppo di donne si faceva portavoce nel trailer del documentario. Mi si e` spalancato un mondo.
Un paio di gogolate e ho scoperto che dietro il documentario c’era un’organizzazione “Breast Cancer Action” (http://bcaction.org/) che da anni e` impegnata nella promozione di un tipo di approccio al cancro al seno radicalmente diverso da quello a cui siamo abituati. Il loro colore simbolo non e` il rosa, ma il rosso. Le donne di “Breast Cancer Action” non sono delle pazze invasate che non hanno niente di meglio da fare. Sono donne come noi, hanno avuto un cancro al seno e hanno deciso consapevolmente di rompere con schemi precostituiti che non condividevano e che, a ragione, consideravano dannosi. L’obiettivo di queste donne e` - si legge sul sito – di “mettere fine all’epidemia di cancro al seno”.
Ma torniamo al trailer del documentario. L’ho guardato decine di volte e mi gasa sempre di piu`. Sono le donne stesse a parlare e pronunciano parole molto decise. “Possiamo fare un passo indietro per capire cosa sta succedendo?” chiede Barbara Brenner, attivista da anni in prima fila contro il cancro al seno e il business che ci gira intorno.
Torniamo allora al 1992. Quell’anno la casa produttrice di cosmetici Estée Lauder distribui` per la prima volta decine di migliaia di pink ribbons a chi acquistava i suoi cosmetici. L’idea, rivelatasi eccezionale sul piano del marketing, era stata letteralmente rubata a una donna Charlotte Haley che, avendo avuto il cancro al seno, aveva dato vita a una sua campagna per fare si` che il National Cancer Institute devolvesse piu` fondi per la ricerca sulla prevenzione della malattia: il simbolo della campagna di Charlotte era un nastrino color pesca che lei stessa produceva in serie a mano a casa sua e distribuiva davanti ai supermercati e nei luoghi pubblici ricavandoci nulla.
La trovata del pink ribbon frutto` invece a Estée Lauder una vagonata di quattrini e cosi` ebbe inizio il business del cancro al seno. Lo chiamano marketing sociale. La gente compra i prodotti  piu` di quanto farebbe normalmente perche` crede in buona fede di dare una mano alla ricerca. In realta`, solo una parte del ricavato delle vendite finisce nelle mani delle organizzazioni che si occupano di raccogliere fondi e che, tra l’altro, non sempre li gestiscono con la dovuta trasparenza. Il resto sono profitti per le imprese. Fanno profitti sul cancro al seno.
C’e` un ulteriore aspetto della faccenda che vale la pena sottolineare. Tutto questo rosa, abbinato a prodotti di uso comune, dal rossetto al mocio vileda, fa si` che il cancro al seno diventi anch’esso una cosa comune, normale, quasi alla moda. Ma non e` normale affatto, e` una cosa tremenda, e` una malattia che uccide, che spezza anime e vite. Il business, pero`, non ha nessun interesse a fermarlo perche` fa guadagnare. E` contro questa “normalizzazione” del cancro al seno che dobbiamo mobilitarci. Dobbiamo cominciare a boicottare il rosa, le aziende che se ne servono per aumentare le vendite. Dobbiamo gridare che il cancro al seno non e` normale, che ci fa schifo che cosi` tante donne si ammalino e non sia possibile sapere perche`. Facciamolo ora, prima che sia troppo tardi, prima di non accorgerci piu` di niente.


Pink Ribbons Inc.